Non è un paese per strangers
La polizia egiziana comincia gli attacchi contro gli stranieri rimasti al Cairo. Ieri gli agenti hanno fatto irruzione nel centro studi Hisham Mubarak Law e hanno prelevato numerosi attivisti, fra i quali Daniel Williams, ex giornalista del Washington Post, ora inviato di Human Rights Watch. Due redattrici del Washington Post sono state trattenute per alcune ore dalle forze dell’ordine, e un corrispondente della televisione svedese risulta scomparso. Anche due insegnanti di Trieste sono stati sequestrati per ore da una banda armata. A piazza Tahrir, dove uno straniero è stato picchiato a morte, alcuni miliziani fedeli al presidente Mubarak hanno sparato sui manifestanti, uccidendo almeno due persone. Leggi Europa, sbarco al Cairo
11 AGO 20

La polizia egiziana comincia gli attacchi contro gli stranieri rimasti al Cairo. Ieri gli agenti hanno fatto irruzione nel centro studi Hisham Mubarak Law e hanno prelevato numerosi attivisti, fra i quali Daniel Williams, ex giornalista del Washington Post, ora inviato di Human Rights Watch. Due redattrici del Washington Post sono state trattenute per alcune ore dalle forze dell’ordine, e un corrispondente della televisione svedese risulta scomparso. Anche due insegnanti di Trieste sono stati sequestrati per ore da una banda armata. A piazza Tahrir, dove uno straniero è stato picchiato a morte, alcuni miliziani fedeli al presidente Mubarak hanno sparato sui manifestanti, uccidendo almeno due persone. Alcuni cecchini hanno aperto il fuoco da un albergo in una piazza del centro, uccidendo una persona e ferendone altre due. Nella capitale la situazione resta critica e molti pensano che la giornata di oggi potrebbe essere decisiva per Mubarak.
Il vicepresidente, Omar Suleiman, ha cercato di avviare i colloqui con l’opposizione, ma il portavoce della piazza, Mohammed ElBaradei, ha rifiutato l’offerta. “Non parleremo con il governo sino a quando ci sarà Mubarak”, dice il premio Nobel. I movimenti egiziani hanno formato un fronte comune la scorsa settimana: “Ci siamo incontrati nello studio di un medico, davanti a una tazza di caffè e a qualche biscotto”, dice al Foglio Osama Ghazali Harb, leader del Fronte nazionale democratico, che partecipa alle trattative. Il volto più noto del comitato esecutivo è Ayman Nour, il leader del partito laico e liberale al Ghad. Gli altri politici appartengono a Tagammu, un movimento della sinistra, a Karama e a Kifaya, che innescò le manifestazioni anti Mubarak nel 2004 e nel 2005. In questo politburo ci sono anche magistrati – da anni figurano fra i principali oppositori del regime – e islamisti come i Fratelli musulmani. “Non vogliamo trattare con questo regime – spiega uno dei leader di al Ghad, Wael Nawara – Non ci piace neanche Omar Suleiman, preferiremmo avere l’esercito come controparte”. Secondo Nawar, il regime sta cercando di creare fratture tra un’opposizione per affievolire le proteste. “Vuole negoziare con la piazza e sceglie di parlare con partiti più malleabili”.
Ma la piazza è formata soprattutto da cittadini normali, da movimenti giovanili e associazioni che hanno poco a che fare con la politica. Molti di loro non riconoscono il ruolo di ElBaradei come guida dell’opposizione. “E’ anziano, ha più di settant’anni”, spiega Ghazali Harb. “Non ha un ruolo operativo nel comitato, anche se è in stretto contatto telefonico con tutti noi – racconta Nawara – ElBaradei non è un personaggio politico, non ha alcun legame con i partiti”. C’è un vecchio proverbio arabo che dice: non oltrepassare il ponte prima di averlo raggiunto. “I manifestanti finora hanno fatto tutto da soli, non hanno bisogno di una leadership – racconta Nagad al Borai, avvocato e attivista per i diritti umani – Aspettiamo che il presidente se ne vada. Fino a pochi giorni fa, la piazza chiedeva la fine del regime. Ora vuole la fine di Mubarak”.
Il vicepresidente, Omar Suleiman, ha cercato di avviare i colloqui con l’opposizione, ma il portavoce della piazza, Mohammed ElBaradei, ha rifiutato l’offerta. “Non parleremo con il governo sino a quando ci sarà Mubarak”, dice il premio Nobel. I movimenti egiziani hanno formato un fronte comune la scorsa settimana: “Ci siamo incontrati nello studio di un medico, davanti a una tazza di caffè e a qualche biscotto”, dice al Foglio Osama Ghazali Harb, leader del Fronte nazionale democratico, che partecipa alle trattative. Il volto più noto del comitato esecutivo è Ayman Nour, il leader del partito laico e liberale al Ghad. Gli altri politici appartengono a Tagammu, un movimento della sinistra, a Karama e a Kifaya, che innescò le manifestazioni anti Mubarak nel 2004 e nel 2005. In questo politburo ci sono anche magistrati – da anni figurano fra i principali oppositori del regime – e islamisti come i Fratelli musulmani. “Non vogliamo trattare con questo regime – spiega uno dei leader di al Ghad, Wael Nawara – Non ci piace neanche Omar Suleiman, preferiremmo avere l’esercito come controparte”. Secondo Nawar, il regime sta cercando di creare fratture tra un’opposizione per affievolire le proteste. “Vuole negoziare con la piazza e sceglie di parlare con partiti più malleabili”.
Ma la piazza è formata soprattutto da cittadini normali, da movimenti giovanili e associazioni che hanno poco a che fare con la politica. Molti di loro non riconoscono il ruolo di ElBaradei come guida dell’opposizione. “E’ anziano, ha più di settant’anni”, spiega Ghazali Harb. “Non ha un ruolo operativo nel comitato, anche se è in stretto contatto telefonico con tutti noi – racconta Nawara – ElBaradei non è un personaggio politico, non ha alcun legame con i partiti”. C’è un vecchio proverbio arabo che dice: non oltrepassare il ponte prima di averlo raggiunto. “I manifestanti finora hanno fatto tutto da soli, non hanno bisogno di una leadership – racconta Nagad al Borai, avvocato e attivista per i diritti umani – Aspettiamo che il presidente se ne vada. Fino a pochi giorni fa, la piazza chiedeva la fine del regime. Ora vuole la fine di Mubarak”.
Leggi Europa, sbarco al Cairo